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    Il nirvana di Silvio

    di Bamboccione (22/10/2008 - 17:43)


    Guascone, galante e macho come si voleva ogni giovanotto della provincia italiana dei tempi andati, Silvio B. rappresenta l’archetipo della quasi estinta gens italica, almeno quella stereotipata nell’immaginario dei nostri concittadini europei. E’ proprio per queste caratteristiche che, Silvio B., suscita simpatia nella maggioranza della popolazione italiana ed ispira quella stessa divertita indulgenza che ispiravano le «simpatiche canaglie» della famosa serie televisiva il cui titolo originale, “Rascals”, in dialetto pugliese renderebbe molto meglio l’idea del personaggio.  
     

    Se non fosse una figura istituzionale di punta, allo stesso tempo capo dell’esecutivo e forse l’imprenditore più importante d’Italia, sarebbe una gloria nazionale, ma - purtroppo per lui e per noi cittadini - ci sono mille e mille implicazioni e cautele da prendere quando nella stessa persona si sommano interessi personali e interessi generali col rischio, provato, che questi ultimi prendano il sopravvento. Silvio B. è un imprenditore. La sua impresa, come le altre, sta nel mercato e il mercato a sua volta fluttua nell’ambiente, intendendo quest’ultimo come contesto sociale, istituzionale e politico. Quindi, per usare un metafora buddista, l’anima individuale di Silvio B., il suo ”Atman  (cioè la sua impresa), si è confusa  completamente e indistintamente nel “Brahma” ambientale regalando a Silvio B. il suo “Nirvana” sociale. Altro che conflitto d’interessi, è una perfetta coincidenza! L’interesse del Paese e il suo interesse sono una cosa sola e non c’è ragione di non credergli quando dice che tiene molto al suo Paese. E’ così, anche se fino ad oggi nessuno l’ha ancora sentito pronunciare “L’Etat c’est moi”. Il resto è solo un contorno di nani e ballerine (tranne qualche raro profilo di rilievo nella compagine governativa.) A molti questo novello Buddha non piace, ma tant’è. Dicono i detrattori che in Europa e nel mondo guardano all’anomalia italiana con disappunto, come se dall’Italia questi si aspettassero altro che la “simpatica canaglietta” così ben tratteggiata dai maestri cineasti della commedia italiana (Dino Risi  docet). In realtà all’estero le vicende italiane, eccetto quelle calcistiche, interessano ben poco. Le TV di tutto il mondo parlano molto di più dell’India, della Cina e del Sudamerica, che delle baruffe di casa nostra. Del resto, a chi potrebbero interessare i battibecchi tra un Gasparri e un Casini? Perciò non facciamoci illusioni e non tiriamocela troppo. “Ma perché da voi all’estero…è poi così diversa la situazione?” Il “conflict of interests” , o per meglio dire la “coincidence of interests”, è in realtà una piaga mondiale, anche in tutte le democrazie o quasi-democrazie occidentali; nelle dittature è addirittura la norma. Più avanti faremo un piccolo cenno all’estero ma adesso, tanto per cominciare, diciamo che in Italia Silvio B. è in buona compagnia: sono centinaia gli uomini politici che sono banco e giocatore allo stesso tempo, e quando non lo sono visibilmente lo sono attraverso la loro “longa manus”, la sagrada Famiglia che comprende ascendenti, discendenti, collaterali, affidati, affiliati, agnati e chi piu’ ne ha… Poi bisogna tener conto delle migliaia, forse qualche decina di migliaia, che approfittano del loro ruolo per pilotare il gioco a loro vantaggio. Lo stesso predecessore di Silvio B. (Romano P.) era un personaggio di spicco della business community mondiale, con forti agganci in banche d’affari come Goldman Sachs (un insigne manager di questa banca, Costamagna, è stato un po’ il tesoriere di Prodi e la moglie Linda una sua finanziatrice), addentellati nei Rothschild (Rovati, banchiere di fiducia e suo consigliere - costretto alle dimissioni per aver fatto trapelare il progetto industriale ufficioso sulla Telecom - adesso è senior advisor per i Rothschild), per non parlare dei suoi collegamenti con le fondazioni bancarie, con gli enti pubblici economici e un po’ con tutto il retaggio dell’esperienza vissuta come boss incontrastato dell’IRI. Insomma, anche Romano P.  come Silvio B. era un uomo di “mediazione”. In ogni senso, incluso quello commerciale. Anche senza volare così alto, altrimenti facciamo la figura dei polli che si credono aquile, che dire di quella pletora d’Italiani che al fine di trarne vantaggi economici spende la credibilità e l’autorevolezza conferita loro da concomitanti e pregressi incarichi istituzionali nel nome della tanto vituperata Repubblica? Proviamo solo a quantificare economicamente il prestigio accumulato da ex funzionari apicali dello Stato come un ex ambasciatore: faccio l’esempio di Sergio Vento, non per un interesse particolare ma perché ho appena letto la notizia  che costui, forse anche in virtù del precedente ruolo oltre che della sua bravura, è stato nominato senior advisor (termine molto in voga ultimamente) di uno dei più importanti studi legali e fiscali del mondo, di quelli che si occupano di finanza ad altissimo livello, di privatizzazioni ecc.. A voler essere malevoli verrebbe da malignare che le feste fastose degli ultimi scampoli di carriera di alcuni alti funzionari - che hanno svolto il loro magistero o ministero in campo esecutivo, legislativo o giudiziario -  tenute nelle prestigiose sedi governative, diplomatiche o comunque pubbliche, potrebbero essere state prodromiche della successiva carriera (ma non sarebbe più giusto, dopo l’abbandono della carica o dopo il pensionamento, un periodo di stasi, con una sorta di clausola di non concorrenza per qualche anno? O comunque non potrebbero porsi dei limiti alla spendibilità della esperienza acquisita in settori vitali dello Stato?). Più banalmente, vogliamo parlare del caso del professor Sapientoni direttore della prima cattedra del policlinico Fatevifattivostrifratelli? Quanto inciderà sulla parcella  un roboante titolone del genere?  Del resto non c’è molto da meravigliarsi se persino nella ex patria del comunismo, nei paesi dell’ex URSS, i medaglioni ciondolanti dalle giubbe di militari e burocrati del PCUS sono ormai da tempo convertiti in moneta sonante. “Last but not least” vogliamo solo nominare, senza indagare troppo perché si tratta di un beniamino, un vero e proprio “untouchable” della comunità finanziaria mondiale, il governatore di Bankitalia Mario Draghi, “sleeper manager” della Goldman Sachs? Non basterebbero l’enciclopedia britannica e la Treccani per enumerare i casi di conflitto… pardon “coincidenza d’interesse”. Torniamo all’estero. E’ così diversa la situazione dagli Appennini alle Ande, dal Manzanarre al Reno? I giochi all’estero sono tutti improntati al “fair play”?  Insomma.. Basti pensare a Gerhard Schroeder che lavora per Gazprom a un’enorme infrastruttura che porterà il gas in Germania passando per il Baltico;  a Tony Blair che lavora per JP Morgan come senior advisor. La JP Morgan è una di delle banche d’affari più importanti del mondo, una di quelle che nella “crisi” attuale dei mercati gioca un ruolo di primo piano, e come se non bastasse ora potrà giovarsi delle preziosissime consulenze di Tony e della sua immensa esperienza (come dice la nota ufficiale diffusa in occasione della sua  nomina) di primo ministro; a Reginald Bartholomew ex ambasciatore degli USA che da ambasciatore ci rappresentava la necessità di aprire l’Italia alle privatizzazioni, (quelle tanto avversate da Sergio Castellari, direttore generale del ministero delle partecipazioni statali finito tragicamente suicida) e che in seguito sarebbe diventato ambasciatore per la Merril Lynch in Italia nonché membro del consiglio di amministrazione di due dei gruppi italiani che hanno fatto ma bassa nelle privatizzazioni all'italiana: la Pirelli, che s’è pappata la Telecom, e l' holding di Benetton che ha cannibalizzato le autostrade italiane (sarà per rispetto a His Excellency  che Autostrade ha mutato la sua denominazione in Atlantia? Chissà, potrebbero esserci ragioni geopolitiche, forse un nuovo “patto atlantiaco”.    Deh, che dire? Come diceva la nonna di Urbano “tutto il mondo è paese”.Siamo in buona compagnia, dunque, però quello che più ci fa paura è che mentre altrove almeno se ne parla, qua da noi la “freedom of speech” (libertà di parola) non è tanto garantita. Ma in fondo, servirà a qualcosa parlarne? Noi speriamo di sì.

    Tuttavia in Francia  - opinerebbe qualche ben informato che non legge solo il Corriere dello sport e i giornali nostrani - anche Sarkozy ha fatto delle epurazioni in TF1, la rete nazionale. Pare che dopo un’intervista irriverente in cui aveva osato contraddire Monsieur le Président, un giornalista di punta e di lungo corso del telegiornale, paragonabile per celebrità a un nostro Vespa - ma a differenza di questo non ossequioso rispetto al potente di turno -, è stato se non cacciato dalla prima serata almeno spostato d’imperio ad altro incarico (e sì Monsieur le président s’était faché ). Che dire poi delle vacanze che Monsieur le Président si fa sugli yachts dei suoi amici come quello da sogno del finanziere Bolloré? E pensare che Sarkozy aveva cavalcato l’onda di protesta popolare della Banlieue parigina! Dopo l'elezione, invece, i suoi amici sono rimasti soprattutto i Lagardère, gli Arnault, i Pinault, tutti oligarchi della République e padroni della “Presse”. E allora che dobbiamo fare? Finché possiamo, parliamone nei blogs fino a quando il prossimo Tycoon non avrà comprato le piattaforme di comunicazione in internet, i siti di social networking (Rupert Murdoch già l’ha fatto, gli utenti di Myspace sono avvisati...) e i nodi di telecomunicazione. Per ora possiamo solo essere schedati ( o forse lo siamo già?). “For which purpose?” si chiederà qualcuno. Chi lo può sapere! Che sia per gli X files o per X factor fa lo stesso.

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