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    "Nelle logge con vista sui colli Euganei chiacchieravamo dei sottoboschi .."

    di Bamboccione (10/03/2009 - 17:41)

    Villa dei Vescovi, un'osmosi continua»dice Giuliana D'Olcese, già Olcese, passeggiando tra i Colli Euganei che avvolgono la splendida creatura cui ha ridato vita nel 1962, la Villa dei Vescovi, Primo Premio nel mondo per l'anno 1968 per il miglior restauro e arredo di un Monumento d'Arte.
    Scriveva La Repubblica Venerdì 20 Ottobre 2006
    «Acquistata 21anni fa da Giuliana D'Olcese, la villa è stata ceduta al Fai. Una volta restaurata, dal 2007, verrà aperta al pubblico»
    Intervista a Giuliana D'Olcese di Daniela Russo LiberoReporter
      Luvigliano di Torreglia (Padova) - Giovedì 5 Marzo 2009
    «Sì, ha ragione Elisabetta Saccomani, docente di Storia dell'Arte Moderna all'Università di Padova, questa creatura che abbiamo salvato dalla rovina, e che ho abitato per lunghi anni, è realmente una osmosi continua tra la magia che emana questo storico monumento di Giovanni Maria Falconetto ed il fascino del paesaggio incantato dei Colli Euganei. L'intreccio tra paesaggio, interni ed esterni monumentali della Villa dei Vescovi avvolgono in una dimensione magica tutti coloro che girano tra le magnifiche stanze del piano nobile e le logge affrescate dal Sustris, ammirano gli stucchi del Vittoria incastonati tra i timpani delle tre facciate principali e si inoltrano nel gioco architettonico esistente tra i terrazzati e le superbe scalinate, nell'intreccio del brolo con il pozzo in marmo di Verona e i portali monumentali che conducono ai vigneti, ai suoi orti ed al ninfeo disegnati da Andrea della Valle. Via via fino al piano terra con le 'volte a vela' disegnato dal Falconetto assieme al suo allievo diciottenne Andrea Palladio» dice Giuliana D'Olcese che nel 1962, assieme a suo marito Vittorio Olcese, acquistò la Villa dal Vescovo di Padova, Monsignor Bordignon, la restaurò e l'arredò in modo talmente esemplare da meritare, nel 1968, dall'American National Society of Interiors Decorators Foundation, il Primo Premio nel mondo per il miglior restauro ed il miglior arredo di un Monumento d'Arte.
    «Sono molto felice - continua Giuliana D'Olcese ammirando la Villa dall'alto di un colle - che dopo che gli ho dedicato tanto amore, tanta parte della mia vita e dei miei sacrifici, questo splendido monumento avviato ad una nuova fatale decadenza, Vittorio l'abbia donato al FAI realizzando così la decisione comune di lasciarlo in eredità allo Stato o ad una Fondazione come il FAI che, ne sono certa, lo conserverà con l'attenzione e l'amore necessari che avrei avuto io stessa».
    Signora D'Olcese, le è universalmente riconosciuto il fatto che, oltre ad essere già comproprietaria dell'intero complesso monumentale di Villa dei Vescovi, di averla restaurata anche con il mutuo e la supervisione dell'Ente Ville Venete e con il suo celebre gusto interamente arredata e decorata. Come spiega, allora, che ne' il FAI, ne' la presidente Giulia Maria Mozzoni Crespi, non l'abbiano mai citata negli articoli, nei libri, nelle news letter e sul sito internet del FAI?
    E' come se l'avessero cancellata dalla storia della Villa dei Vescovi: Giuliana Olcese? Mai esistita. Eppure tutto il mondo sa che il FAI conosce bene sia lei, sia la grande amicizia che legava lei e Vittorio alla signora Crespi, più volte ospite di entrambi, oltre che a Milano, anche in Villa.
    Non le sembra un po' grottesco? Un noir ottocentesco?
    «Tutto vero. Vede, in quanto allo staff del FAI, fare informazione è un mestiere che non s'improvvisa. E' necessaria una rigorosa deontologia professionale che non tutti seguono o osservano. Indispensabili sono rigore professionale, il documentarsi sui fatti così che la narrazione appaia fedele al modo in cui si sono svolti realmente. Oggi, con l'informazione, il rigore sono in pochi ad esercitarlo, si tira via, non c'è il gusto della ricerca, quindi si rischiano dei gran pasticci. In questo caso, però, basta consultare l'archivio della Conservatoria di Padova e si trova tutta la documentazione dei passaggi di proprietà della Villa».
    E la presidente del FAI?
    «Cosa vuole, Giulia Maria è una persona eccezionale, è l'anima del FAI, ma è gravata da mille responsabilità, da un lavoro davvero incessante. Se dovesse occuparsi anche di comunicati, redazione dei depliants, articoli, internet, news letter e testi dei libri non so se mi spiego... Sono compiti questi che spettano allo staff. Immagino il sangue amaro che si fa Vittorio da lassù; era così orgoglioso, e lo esternava a tutti, del rigore con cui feci restaurare e poi arredai la Villa. E' anche per questo che sono felice di essere intervistata da un giornale nazionale edito a Padova, città che con il Veneto, considero la mia seconda Patria».
    Ma se le cronache de La Repubblica l'hanno indicata come già comproprietaria dei Vescovi - proprietaria effettiva, non in quanto moglie di Olcese - quale ritiene sia il motivo del perseverare nel cancellare la sua persona dalla storia della Villa, nel tacere i fatti clamorosi che la riguardano?
    Eppure il FAI la conosce bene, lei ne è anche socio sostenitore, ha diramato un appello del FAI a favore dei restauri della Villa.
    «Non so cosa pensare, vede, a La Repubblica mi conoscono tutti. Eugenio e Simonetta Scalfari erano nostri amici sin dai tempi in cui, appena sposati, vivevano a Milano. Poi, quando Vittorio fu alla vice presidenza del Consiglio dei ministri nel I° Governo Spadolini, e nel II° vice ministro alla Difesa ed io detti due gran pranzi per lui, ministri e Spadolini compresi, ci siamo felicemente ritrovati tutti a Roma».
    A quel tempo, Vittorio Olcese era al secondo matrimonio?
    «Sì, ma dopo le sfuriate della rottura del nostro matrimonio,eravamo in  rapporti idilliaci. Della prima riconciliazione ne fu artefice proprio la nostra amica Giulia Maria Crespi che assieme a due grandi amici comuni, lo scrittore Gianni Testori e Carlo Ripa di Meana, invitò Vittorio e me nella sua casa di Milano e ci pregò di ritornare assieme perchè, disse, «la nostra città non deve perdere una coppia come siete voi due, noi amici vi vogliamo assieme». E, sul momento di andare via tutti e tre ci infilarono nell'ascensore in modo che rimanessimo da soli. Carlo Ripa di Meana se lo ricorda ancora.
    A Roma, finchè è rimasto in Parlamento - dopodichè lasciò Milano e si stabilì ai Vescovi ove si ammalò - assieme a nostra figlia Carolina ci frequentavamo molto e lui mi raccontava le segrete cose della politica, scandalo della P2 compreso. Andavamo per musei, gallerie d'arte, case dei comuni amici. E ripensavamo e commentavamo gli eventi che mi avevano condotta a cedergli la mia parte di proprietà dei Vescovi ed alle condizioni, non reali, con cui ne fu redatta la scrittura notarile. Condizioni da me accettate pro bono pacis, per chiudere le questioni ereditarie. A quei tempi, il diritto di famiglia non era stato ancora riformato. Trascorso del tempo e ritrovatici a Roma, Vittorio mi diceva con infinita tristezza che Villa dei Vescovi nessuno mai l'avrebbe amata e curata quanto me. E' avviata al declino, mi diceva, il nostro capolavoro devo salvarlo. Non avresti dovuto cedermi la tua metà a quelle condizioni capestro, oggi tutto ciò per me è un'angoscia».
    Circa la donazione il FAI, per anni, ha diffuso notizie contraddittorie. Una volta la donazione era attribuita a Vittorio Olcese, la volta dopo invece alla vedova ed al figlio Pierpaolo, la volta dopo ancora a Vittorio Olcese e così via. Conosce il motivo di questo giallo nel giallo?
    «E' un giallo, infatti. Forse, scambiando esecutori testamentari per donatori, o forse per altri obiettivi, non so.
    Consideri che per il passaggio di proprietà dei Vescovi al FAI, nostra figlia Carolina ha dovuto firmare. E' lì che ha appreso di essere coerede, tra l'altro, della collezione d'arte tra cui erede di uno splendido quadro di Francis Bacon. E tutto ciò con strascichi legali. Quindi, immagino, che se la Villa fosse fosse stata donata dagli eredi del secondo matrimonio non si sarebbe resa necessaria la firma dell'erede del primo. Lapalissiano no?».
    Sua nipote Ilaria de Cesare donerà qualche opera al FAI?
    «No, non più. Sa come sono i giovani, orgogliosi fino al midollo, se gli salta la mosca al naso non sono come noi adulti, pazienti, tolleranti. Credo che donerà opere di Martini al Museo di Brera, a Milano. Ilaria e mia sorella Stella infatti hanno trascorso molti anni a Milano ed ai Vescovi con me, Vittorio e Carolina. Penso che i Martini li donerà a Brera in nostra memoria. La sua famiglia, per Ilaria, è sacra e poi mi è molto affezionata».
    E lei?
    «Intende donazioni al FAI?».
    Daniela Russo

     

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    Sindaci? lettera aperta a Giulia Maria Crespi

    di Bamboccione (18/12/2007 - 16:32)

    Sindaci? lettera aperta a Giulia Maria Crespi
    Fondatrice e Presidente FAI
    e a Vittorio Sgarbi
    * *** *
    Cara Giulia Maria,
    come sai considero le mie due "Patrie" il Veneto e Milano, quindi aver letto sul Corriere a titoli cubitali «Abusivi in Galleria, lo shoc di Milano. All'ultimo piano rifugi, cartoni, legni, stufe ed elettrodomestici, la Casbah in Galleria» e nella pagina accanto il tuo grido di dolore per le condizioni di degrado, sporcizia e di abbandono in cui versa Milano nonostante i vigili segnalino da anni quegli abusi, da ex milanese di adozione, e ben conoscendo la tua forza e la tua totale dedizione alle grandi battaglie civiche ed artistiche, mi è venuto spontaneo il desiderio che cittadinanza e istituzioni ti nominino Sindaco Onorario di Milano.
    Con quella tua aria da basso profilo, ma di Lady di ferro, quante cose ancora faresti Giulia Maria per la tua città anche come Sindaco Onorario di Milano!
    E poi te lo meriti un riconoscimento così significativo e nello stesso tempo tanto impegnativo. Ti conosco da quando, da poco vedova ed orfana, ti ritrovasti sulle spalle l'eredità del quotidiano più autorevole e diffuso d'Italia e la tua impronta segnò gli anni del radicale cambiamento di come fare editoria, di cosa sia la politica, politica alta e giusta, di come essere la proprietà di un grande mezzo di informazione popolare. I tuoi direttori restano storici.
    E ti conosco come donna severa e intransigente sì, ma di grande generosità intellettuale, culturale, umana, finanziaria, e Milano ha estremo bisogno di ritrovare l'antica impronta della sua grande borghesia illuminata. Illuminata, mecenate, coraggiosa, altruista, colta, generosa, che guarda al futuro, non vivacchia appollaiata sulle anguste rendite di posizione politiche, sociali ed economiche. Il riconoscimento come Sindaco Onorario di Milano ti spetta Giulia Maria.
    Sei un soldato sempre pronto a combattere nei campi di battaglia più aspri, più disperati, ad inerpicarti sui sentieri di guerra più impervi. Prova ne è che hai voluto con tutte le tue forze istituire e fondare il FAI, www.fondoambiente.it, senza il quale dal Piemonte alla Lombardia, e giù fino al Lazio, l'Italia non avrebbe visto tornare agli antichi splendori tanti monumenti d'arte così importanti e significativi. Opere d'arte che andavano in rovina ma che tu hai salvato, e instancabilmente salvi, rendendoli al patrimonio artistico del popolo italiano come stai facendo con La Villa dei Vescovi, da te già tanto amata al tempo in cui venivi ospite "chez Olcese" come hai dichiarato a La Stampa, e donata al FAI da Vittorio Olcese per sua e mia volontà come reciprocamente ci promettemmo di fare quando fondasti il FAI.
    Sono certa che i cittadini milanesi, quelli che amano e rispettano le sue grandi tradizioni di città che fu aperta a tutte le idee più innovative, come lo furono tanti imprenditori illuminati e tanti amici comuni come la Mimmina Brichetto regina della cultura milanese, nonna di Letizia Moratti attuale Sindaco di Milano, sarebbero onorati e felici di avere un Sindaco Onorario come te. Ti eleggerebbero a loro marchio doc.
    Come sono certa che i cittadini milanesi, e con loro il mio amico critico d'arte Vittorio Sgarbi assessore alla cultura del Comune di Milano, venutine a conoscenza, peroreranno la causa a che nella grande mostra di Francis Bacon in programma dal 4 marzo a fine giugno 2008 al Palazzo Reale di Milano, venga esposta anche una delle sue più belle opere, "Figura accovacciata nell'erba". Il celebre dipinto che faceva parte della collezione di Vittorio e mia, e che assieme ad un magnifico ritratto di uomo e ad una cospicua parte dei dipinti, si trova all'astero nel caveau di una banca di Chiasso gestiti dal mercante d'arte Martino con studio a Mendrisio il quale, interpellato per primo, ha rifiutato di prestarli alla mostra di Milano. Motivo il fatto che le opere dovranno andare alle grandi mostre di Bacon di Madrid, Londra e New York in programma molto dopo la chiusura della mostra di Milano.
    Se quelle opere andranno in giro per il mondo perchè non concedere alla mostra di Milano, che dista solo un'ora da Chiasso, anche la "Figura accovacciata nell'erba"?
    Cara Giulia Maria, come ben sai per Vittorio, così come ha sempre fatto, sarebbe stato un grande orgoglio concedere il dipinto alla grande mostra organizzata nella sua città così come ha fatto con il suo nostra figlia che è milanese anche lei. Perchè tenere in un caveau all'estero opere che sono beni culturali vincolati all'Italia?
    L'assessore alla cultura del Comune di Milano ben conosce la collezione Olcese, ha visto i Bacon più volte e sono certa che tu e Sgarbi avete l'autorevolezza per far ritornare in Italia la "Figura accovacciata nell'erba" affinchè venga esposta non solo a Madrid, Londra e New York ma anche al Palazzo Reale di Milano a godimento degli appassionati d'arte italiani, non solo stranieri.
    Ti auguro tante vittorie ancora sulle tue battaglie per il salvataggio del patrimonio artistico italiano e ti abbraccio con affetto. Giuliana.
                         http://blog.bamboccioni.net/
               www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm

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