Gennaio 2008

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    De.licio.us
    Archivio Gennaio 2008
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    Perder la poltrona

    di Bamboccione (16/01/2008 - 23:18)


    E adesso io vado via
    voglio restare solo
    con la Sandrona mia
    volare nel suo cielo
    non chiesi mai chi era
    perchè chiamasse te
    a te che fino a ieri
    eri moglie e nu rre!
    Perdere l'onore
    per un cellulare
    quando da Afragola
    un cravunaro fa incazzare
    rischi di impazzire 
    cominci a iastemmare
    Perder la poltrona 

    E avere voglia di morire  

    Lasciami gridare 
    steso sul mio letto  

    Diverrann sassate
    Tutti i sogni
    in gabinetto
    Li farò cadere ad uno ad uno
    forse è un torcimento d'intestino
    ma non son Cirino
    Comunque ti capisco
    e ammetto che approvavo
    facevi le tue scelte
    e lui cosa voleva
    e adesso che rimane
    di tutto il tempo insieme
    un uomo pien di sòle
    che ci ha scassato il pene (licenza poetica) 
    Perder la poltrona 
    quando si fa sera
    quando un furbacchione
    rompe l’UDEUR tutta intera
    provi a ragionare
    su stu die fetente
    fino a che ti accorgi
    che tu non  sei piu’ Clemente
    E vorresti urlare
    soffocare il cielo
    prendere a capate mille volte
    Don Antonio
    rompergli la testa per benino
    Dire è stato un colpo bassolino
    come  a Pomicino
    Perder la poltrona
    maledetta ASL
    che raccoglie i conti
    di gestioni immaginarie
    pensi che domani
    è un'ASL  nuova 
    ma ripeti non me l'aspettavo
    non me l'aspettavo
     

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    Bamboccioni dice no all'antimastellismo di maniera!

    di Bamboccione (16/01/2008 - 18:34)

     
    Difensor Fidei et familiae (cattolico e apostolico)....
     
      romano..
     
     PS
    Ricevo e pubblico alcune riflessioni da amici ..
    Enzo: Chi non è del Sud fa meglio a tacere perchè a Sud la politica si è sempre fatta cosi' e non cambierà certamente nei tribunali.
    Gennaro:
    Chi vo' male a Mastellon'
    o è nu strunz'
    o è pruvulone!
     
     
     

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    Welfare. Marco Biagi, l'anima del Comitato e della Tavola rotonda

    di Bamboccione (16/01/2008 - 17:06)

    Welfare. Marco Biagi, l'anima del Comitato e della Tavola rotonda
    di Giuliano Cazzola
    Intervista a Giuliano Cazzola di Giuliana D'Olcese per LiberoReporter
     

    Logo

    A sostegno di quanto hanno scritto lunedì 14, e martedì 15 Gennaio 2008 sul Corsera il giusvalorista Pietro Ichino, di centrosinistra, e l'ex sottosegreario al Lavoro del
    Governo Berlusconi, Maurizio Sacconi di Alleanza Nazionale, sui giovani, sul precariato e sulla riforma dell'Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, aggiungo il parere e la  testimonianza di Giuliano Cazzola esperto di sistemi contributivi e pensionistici.
     
    Novembre 2007.
    LiberoReporter ha chiesto a Giuliano Cazzola, il maggior esperto italiano di sistemi contributivi e pensionistici, ascoltato consulente del lavoro e opinionista economico delle maggiori testate giornalistiche italiane, le ragioni che lo hanno animato nel fondare il «Comitato per l'attuazione della legge Biagi» di cui è Presidente ed a cui hanno aderito noti economisti, come il giusvalorista Pietro Ichino, l'ex Senatore della Quercia Franco Debenedetti, ex ministri e sottosegretari del Lavoro e dell'Economia come Maurizio Sacconi di AN e Renato Brunetta di FI, parlamentari come Nicola Rossi dei DS, Antonio Polito della Margherita, il diniano Natale D'amico, Pierferdinando Casini dell'Udc, Lanfranco Turci già Presidente delle Coop e il Radicale Daniele Capezzone della Rosa nel pugno, Roberto Maroni della Lega Nord, Fabrizio Cicchitto coordinatore di FI, Marco Pannella dei Radicali e Maurizio Gasparri già ministro delle Comunicazioni tutti promotori della manifestazione tenutasi a Roma al Cinema Capranica il 20 ottobre in concomitanza con la manifestazione della Sinistra estrema contro la legge Biagi ed il Welfare varato dal Governo Prodi.
    Al Comitato ed alla tavola rotonda hanno aderito i segretari di Cisl e Uil, esponenti della Confindustria, una nutrita schiera di Associazioni, Movimenti e cittadini di centrodestra e centrosinistra.
     
    Professor Cazzola, nel promuovere la manifestazione sul lavoro e sul welfare quanto avete tenuto conto dei problemi dei giovani?
    E quanto agli studi, agli scambi comuni ed alla grande amicizia che la legava al giusvalorista Marco Biagi è dovuta la riuscitissima manifestazione svoltasi al teatro Capranica di Roma e promossa dal Comitato da lei fondato di cui è Presidente?
    Un comitato davvero eccezionale. Più trasversale di cosi...
    I giovani e il protocollo? Ma non prendiamoci in giro…
    Di sicuro c’è solo che saranno i giovani precari a finanziare una controriforma delle pensioni tutta a favore degli anziani. Basta fare i conti. La revisione del c.d. scalone e  la normativa a favore dei lavoratori esposti a mansioni usuranti costerà 10 miliardi in un decennio (rispettivamente 7,48 miliardi e 2,52 miliardi). Di questi 3,6 miliardi usciranno dalle tasche dei precari la cui aliquota pensionistica salirà di tre punti in tre anni.
    Tre punti che si aggiungono ai sei (ha capito bene? Ho detto sei e tutti in una volta, introdotti con la finanziaria del 2007. In sostanza dal 2007 al 2010 l’aliquota contributiva dei parasubordinati salirà di ben 9 punti per un ammontare complessivo di 4,8 miliardi di euro. Alla faccia di chi pensa ai giovani, ai quali è stata riconosciuta un po’ di contribuzione figurativa in più ed è stata fatta una promessa: che grazie ai maggiori contributi avranno una pensione più elevata (addirittura il 60% dell’ultima retribuzione).
    Raccontano che versando maggiori contributi ci saranno in futuro migliori pensioni. In teoria, nel sistema contributivo, è vero. Se non fosse che il sistema rimane a ripartizione: le pensioni di domani saranno pagate grazie ai contributi dei lavoratori attivi di domani, non con le risorse versate oggi che vengono utilizzate d’acchito per finanziare le pensioni in essere oggi. Pertanto chi versa oggi ottiene in cambio una promessa di futura pensione che sarà mantenuta o meno dai contribuenti di domani. Ecco perché ai danni dei collaboratori si è consumata un’operazione sostanzialmente iniqua, ancorché ammantata di <carità pelosa>. Nessuna spiegazione, se non quella di <fare cassa>, può essere data all'incremento fino al 26% dell'aliquota dei collaboratori che svolgono in via esclusiva tale attività (i parasubordinati già pensionati e quelli che sono iscritti anche ad altra e prevalente cassa previdenziale vengono portati al 17%). La gestione di questa categoria di lavoratori è in attivo, nel 2006, per 5,8 miliardi di euro e, negli ultimi dieci anni ha distribuito 33 miliardi di euro (quasi l'equivalente della manovra di bilancio di cui si discute) alle gestioni in rosso dell'Inps. In precedenza, i collaboratori privi di altra copertura assicurativa versavano la medesima aliquota dei commercianti (nel 2006, il 17,70% a cui va aggiunto lo 0,50% a copertura di altre prestazioni); i pensionati si fermavano al 15% mentre quanti svolgono un’altra attività (solitamente principale) e godono della relativa copertura previdenziale erano  ancorati al prelievo del 10% iniziale.
    Secondo un recente studio dell’Inps (relativo ai soli iscritti che risultino anche contribuenti) erano poco più di un milione coloro che, nel 2004 (i dati si fermano qui ma il trend non è mutato), svolgevano un'attività di collaborazione a titolo esclusivo, 135mila i pensionati che continuavano a lavorare come cococo e  334mila circa i collaboratori altrimenti occupati. L’incremento dei contributi creerà problemi critici, quanto ai possibili effetti, per gli appartenenti alla prima categoria di parasubordinati, che costituiscono, in generale, il segmento più debole del mercato del lavoro, il cui reddito medio (sempre secondo lo studio dell’Inps) era pari 14.300 euro nel 2004, con forti sperequazioni territoriali e di genere. Una flessione dei collaboratori contribuenti si era già verificata negli ultimi anni. Il fenomeno è da correlare - secondo l’Inps - proprio al notevole aumento dell’aliquota contributiva per i lavoratori senza altra attività. La contrazione del loro numero ha interessato le categorie più deboli: oltre il 70% delle collaborazioni perdute ha riguardato le donne e per quasi i tre-quarti si è trattato di ragazze e ragazzi con meno di 29 anni di età.
    Ma è soprattutto sul terreno dell’equità che l’incremento realizzato sembra discutibile e dettato solamente dall’esigenza di fare cassa a scapito di lavoratori privi di santi in Paradiso. La gestione dei parasubordinati è il forziere dell’Inps. Degli enormi avanzi di gestione, i parasubordinati non potranno avvalersi, quando, tra qualche decennio, la loro cassa, divenuta matura, comincerà ad erogare le pensioni e a spendere. Aumentare l’aliquota contributiva per questa gestione significa non solo gravare su magri redditi, ma gonfiare ancor più un avanzo che sarà dirottato a tappare i buchi del lavoro dipendente e (soprattutto) autonomo.
     
    Quale valutazione dà del governo Prodi sul tema delle politiche per il lavoro, anche alla luce della Finanziaria 2008?
    Come ho già detto, il Governo Prodi sostiene che l’aumento dell’aliquota sarà fatto nell’interesse dei collaboratori, visto che, grazie ai maggiori versamenti, essi riceveranno pensioni più elevate. Il fatto è che tale obiettivo poteva essere perseguito in un modo meno oneroso: trattando, cioè, i collaboratori in via esclusiva come, nel 1996, fu disposto per i lavoratori autonomi in regime contributivo (ai quali fu riconosciuto da subito un accredito del 20% ancorchè cominciassero a versare solo il 15%).  In sostanza, se si volevano migliorare le pensioni future dei co.co.co. la strada era semplice: bastava <sparigliare> l’aliquota di finanziamento da quella di accredito.
    La seconda poteva salire, fin dal 2007, al 25%, concorrendo a formare, così, un montante contributivo più robusto. La prima aliquota poteva proseguire, invece, nel suo graduale e progressivo incremento di uno 0,50% l’anno. Così almeno i collaboratori (e i giovani)  avrebbero potuto consumare in proprio, per qualche tempo, le risorse da loro stessi accumulate e generosamente (ed inconsapevolmente) distribuite.
    Occorrerebbe una nuova scelta strategica: quella di affidare la tutela previdenziale delle generazioni  future ad un mix di previdenza obbligatoria, finanziata a ripartizione (il c.d. primo pilastro basato sul principio della solidarietà intergenerazionale) e di previdenza privata a capitalizzazione (il secondo pilastro dove ciascuno <pensa per sé>) corrisponde ad un’esigenza strategica di fondo. Il problema, allora, è quello di impostare, con equilibrio, un sistema misto, rivolto, quanto meno, ad operare sia sul piano della finanza pubblica, sia su quello dei mercati finanziari. Una sinergia virtuosa, dunque. La quota pubblica della pensione riuscirebbe ad alleggerire il proprio impegno, in vista della crescente “crisi fiscale” degli Stati e dei rivolgimenti nella struttura sociale sottostante. Quella privata potrebbe contare su di una garanzia di base, utile nel momento in cui il residuo trattamento viene conseguito misurandosi con “gli spiriti animali” del mercato. E’ molto più conveniente, anche ai fini della tutela dei lavoratori, fare affidamento su di una strategia che ripartisca  il rischio-pensioni in parte sul sistema pubblico riformato ed in parte su di una quota a capitalizzazione individuale, costituita di investimenti e rendimenti veri.
    Il ragionamento è di una semplicità elementare. Mettiamo di avere a disposizione una somma di denaro. Se la spendiamo subito non resta nulla (salvo i beni di consumo eventualmente acquistati). Se, al contrario, investiamo le nostre risorse, con accortezza e professionalità, possiamo sperare di incrementarne il valore iniziale, conformemente ai rendimenti realizzati. Nel frattempo, il gruzzolo ha “viaggiato” nell’economia reale, ha prodotto ricchezza e lavoro. Attraverso un immaginario, grande pantografo possiamo trasferire l’esempio agli imponenti meccanismi dei sistemi pensionistici e spiegare, così, gli effetti dei metodi di finanziamento.
    Con la ripartizione, si impiegano gli apporti dei lavoratori attivi per pagare le pensioni vigenti, mediante una catena di sant’Antonio di cui lo Stato è garante e che inanella, nel tempo, le diverse generazioni, inducendole a un comportamento forzosamente solidale.
    Con la capitalizzazione, invece, ognuno è padrone del proprio destino pensionistico: la sua prestazione, al momento dell’uscita dal mercato del lavoro, sarà determinata dal montante accantonato e dai relativi interessi. Nella ripartizione sono, dunque, altri (gli attivi) a sostenere l’onere della solidarietà; nella capitalizzazione ognuno provvede per sé, ma il suo risparmio previdenziale per lunghi decenni è al servizio del bene collettivo.   
    Certo per aderire ad una forma di previdenza complementare i giovani precari, che non hanno neppure il tfr, non dispongono di risorse sufficienti. Bisognerebbe allora consentire loro di dirottare (la tecnica si chiama opting out) alcuni punti di contribuzione obbligatoria alla previdenza privata.
    L'idea è nata per mettere in campo un'iniziativa alternativa a quella della sinistra reazionaria. Certo, la loro è stata una prova di forza molto superiore alla nostra.
    Loro si giocavano una partita all'interno della sinistra. Hanno risorse, appoggi sindacali. Esibiscono i muscoli. Noi cerchiamo di usare il cervello, e siamo il punto di riferimento di gran parte di quelle forze politiche e sindacali che, a prescindere dallo schieramento di appartenza, stanno dalla parte dell'innovazione e del cambiamento del mercato del lavoro. Noi difendiamo tutta la legislazione innovativa: dal Pacchetto Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003.
    A Libero Reporter piacerebbe che tornasse sull'argomento del "precariato", parola d'ordine spesso usata a sproposito: chi sono oggi i veri "precari"?
    E soprattutto quali sono le responsabilità della legge Biagi su questo terreno?
    Molto interessanti quei due documenti illustrati da uno della Cgil e l'altro delle Br: li può ricordare?  
    A considerare le statistiche la parte più consistente è quella del lavoro dipendente a termine che nel 2006 erano 2.222.000 (2.300.000 circa nel 2007).
    I Contratti a termine sono regolati da un decreto legislativo del 2001 che ha recepito, attraverso un avviso comune delle parti sociali, una direttiva europea.
    La legge Biagi non ha quindi nessuna responsabilità. Il medesimo rilievo vale per le collaborazioni (stimate in 404.000). La legge Biagi ha cercato di colpire le collaborazioni fasulle, stabilendo che esse siano trasformate in contratti a tempo indeterminato. Poi ci sono i prestatori occasionali (93.000) e gli autonomi con partita IVA (365.000). In Italia gli occupati sono quasi 23 milioni.
     
    Grazie Professor Cazzola, LiberoReporter si augura di ospitare ancora le sue tesi ed i suoi chiarimenti su una materia tanto controversa e di cui, a dire la verità, gli italiani vengono informati in modo assai di parte, ideologico e confuso.

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